FEDERICO / PRIMA SEDUTA

Una delle domande che mi viene fatta più spesso riguardo la mia professione, è quali pensieri mi inondino la testa poco prima del colloquio iniziale con un nuovo paziente.

La risposta è che ho sempre molta curiosità dal momento in cui non so mai chi avrò di fronte. Dopo un primo contatto telefonico o via email, mi ritrovo ad avere un’immagine nella mia mente ricostruita sulla base della voce o del modo di parlare del mio interlocutore. Immagine che spesso e volentieri viene poi smentita dalla realtà.

Questa volta in particolare sono stata contattata qualche giorno fa da un ragazzo di venticinque anni. Per prima cosa mi ha detto di aver avuto il mio numero tramite un amico di famiglia. Mi capita spesso che i nuovi pazienti arrivino grazie al “passaparola” di altri pazienti che ho avuto o di loro conoscenti.

Ciò che generalmente chiedo durante queste telefonate è il motivo a grandi linee per il quale si stanno rivolgendo a me. In questo caso Federico, questo è il suo nome, mi ha anticipato che sta vivendo un momento di grossa difficoltà a livello universitario non riuscendo a sostenere in maniera costante e proficua le sessioni d’esami nel suo Corso di Laurea.

In questo momento mi trovo nel mio studio in attesa del suo arrivo. I miei pensieri come sempre sono interrotti dallo squillo del citofono.

Dopo essersi presentato con un’energica stretta di mano, lo osservo mentre si siede sul divanetto di pelle nera: un ragazzo alto, di bell’aspetto vestito con jeans e camicia bianca.

Per prima cosa gli avrei chiesto di dirmi qualcosa su di lui, per iniziare a conoscersi, però vengo subito anticipata dalla domanda di lui.

«Quanto pensa che durerà la terapia nel mio caso?»

Questa è una delle classiche domande di chi inizia una terapia in maniera un po’ scettica, prendendola come una sorta di farmaco che necessità di un tempo determinato prima che faccia effetto e guarisca il sintomo. Dalla mia esperienza generalmente tutto questo è legato anche ad una difficoltà nel lasciare il controllo della situazione a qualcuno diverso da se stesso.

«La prima cosa che devi sapere è che io non ho una risposta a tutto, affronteremo insieme la difficoltà per cui oggi sei qui. Iniziamo dal principio, raccontami chi sei e perché sei qui.»

«Chiedo scusa, vuole farmi lei qualche domanda in particolare?» mi chiede con aria saccente.

«Al telefono mi hai accennato di avere dei problemi con gli esami…»

«Sono all’ultimo anno di Giurisprudenza, ma in realtà me ne mancano ancora molti anche del quarto anno. Ho venticinque anni e due genitori che mi stanno addosso perché non sono ancora laureato. Ha qualche rimedio pronto per me?» aggiungi con una sorta di aria di sfida.

«Quando mi hai chiamata mi hai anticipato di avere una sorta di blocco nel dare gli esami. Spiegami meglio che cosa intendi per “blocco”.»

«È da circa un anno che anche avendo studiato, nel momento in cui vado a dare l’esame se è scritto mi ritrovo a fissare per ore il foglio pur sapendo le risponde, se è orale non dico di far scena muta ma quasi. Le anticipo prima che me lo chieda, che prima di questa “fase” riuscivo senza sforzarmi a superare gli esami con voti di cui vantarmi.»

«Ti piace Giurisprudenza?»

Esiti un attimo prima di rispondere, «Non credo sia importante se mi piaccia o meno, a nessuno piace studiare.»

«Studiare può risultare complicato per tutti, è vero, per questo in genere si sceglie una facoltà che possa interessarci più delle altre. Se dici che non ti piace, come mai hai scelto proprio Giurisprudenza che è tra l’altro una facoltà piuttosto impegnativa?»

«La parola “scelto” non è esatta, Dottoressa. Quando cresci in una casa con un padre Magistrato e una madre che insegna Diritto Pubblico, è abbastanza chiaro su che tipo di strada andrà la tua vita.»

«Hai detto una cosa molto importante, ti va di parlarmi della tua famiglia?»

«Non particolarmente, ma se ti serve per la “diagnosi” non credo di avere scelta neanche in questo caso…»

«Sbagli,» ti interrompo prima che tu possa proseguire «In questa stanza scegli tu cosa dire e non dire, ma in questo caso se vogliamo capirci qualcosa dovrai imparare a fidarti di me e a cedermi un po’ il controllo.»

Appari titubante, la sicurezza che ostentavi fino a poco prima sembra aver lasciato spazio ad altro, qualcosa che ancora non sono riuscita bene a decifrare.

«Mio padre lavora in Tribunale, si occupa di casi penali ed è uno di quelli che quando entra in aula si porta dietro una fila di persone che baciano la terra su cui cammina perché anche solo il suo nome è sufficiente a fargli vincere le cause. Mia madre è una Professoressa nella mia stessa Facoltà, la chiamano “L’Aguzzina”, lascio immaginare a lei il perché. Mia sorella ha ventidue anni e si sta per laureare in Medicina, e ovviamente è il genio della casa.»

«Ok, e tu in questa situazione dove sei?»

«Io sono la delusione della famiglia, il primogenito che avrebbe già dovuto aver iniziato il praticantato presso qualche studio di Avvocati. Ma invece mi ritrovo con anni di ritardo sulla “tabella di marcia”, e l’unico studio di Avvocati che frequento è quello dell’amico di mio padre in cui faccio praticamente le fotocopie, non mi stupirei che mi abbia preso lì solo per fare un favore al grande “Principe del Foro”. Ma penso che tu conosca bene questo ambiente dato che ho trovato il tuo contatto proprio lì.»

«Cosa intendi dire?» chiedo per comprendere la tua ultima affermazione.

«Mettendo a posto i fascicoli dell’amico di mio padre ho trovato il tuo nome come Psicologa Giuridica in una Perizia di Parte.»

«Prima di me sei mai andato in psicoterapia?»

«No, in famiglia ci si rivolge a un medico se si ha un problema fisico, ma la psicoterapia non è contemplata come “utile”.»

«Sbaglio quindi a pensare che i tuoi genitori non sappiano nulla della tua scelta di venire da me?»

«Non pensavo servisse l’autorizzazione di mamma e papà avendo venticinque anni, se pensa che io non abbia i soldi per pagarla, si sta preoccupando inutilmente. E tornando alla sua domanda, un figlio matto che dà scandalo è l’ultima cosa che vorrebbero.»

«Ovviamente non mi interessa avere nessuna autorizzazione scritta vista la tua età, per quanto riguarda il pagamento non mi sono in nessun modo preoccupata. Mi interessa invece farti una domanda, “matto” ti ci senti tu o qualcuno ti ci ha chiamato?»

«Vuole dirmi che chi va dallo Psicologo non è matto?»

«Nella mia esperienza solo le persone sane che vogliono migliorare o affrontare un qualche disagio o momento difficile hanno la consapevolezza e il coraggio di chiedere aiuto. Sinceramente di matti qui non ne ho mai visti.»

Il ragazzo per forse la prima volta da quando ha messo piede nel mio studio, sfodera un sorriso che non sembra sarcastico o provocatorio.

Controllo l’orologio rendendomi conto che l’ora è terminata, «Intanto grazie per avermi fatto conoscere l’ambiente in cui vivi. Da quanto mi dici posso capire perché ti senta sotto pressione, ti trovi chiaramente in un sistema ad alto livello di prestazione dove è difficile non deludere le aspettative che sono state riversate su di te. Per oggi va bene così, ti ringrazio per aver condiviso con me tutto questo.»

«Tutto qui? Non ha preso neanche mezzo appunto? La prossima volta dovrò ripeterle tutto da capo? Perché se è questo il caso penso che le mie aspettative sulla longevità di questa “cosa” andranno ben oltre ciò che avevo preventivato.»

Evitando di accettare la sua ennesima provocazione, gli dò appuntamento alla prossima settimana rassicurandolo del fatto che avrei preso con cura i miei necessari appunti in un secondo momento.

 

 

 

Marzia Giua Written by:

Psicologa Clinica e di Comunità, Psicoterapeuta Sistemico Relazionale. Si specializza nel suo campo, portando a termine un Master in Mediazione familiare e in Psicodiagnostica. Consulente Tecnico per la Procura della Repubblica di Roma e per il Tribunale Ordinario Civile e Penale di Roma. Si specializza nel metodo EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) presso l’EMDR Italia-Europe.