MARTINA / TERZA SEDUTA

Ogni tanto capita che ci siano atmosfere molto diverse ad ogni seduta, soprattutto con gli adolescenti come te.
Oggi sei arrivata a studio parecchio pensierosa ma direi soprattutto sostenuta, quasi arrabbiata.
La scorsa volta ti avevo lasciata con una mia riflessione su quello che mi avevi raccontato di te fino a quel momento.

“Oggi mi sembri infastidita, mi sbaglio?”.
Ammetti di aver sentito una stretta allo stomaco quando la volta scorsa avevo verbalizzato una sensazione che fino a quel momento sembrava solo un tuo impalpabile malessere.

In effetti la terapia funziona così. A fine seduta sono solita esprimere un commento, quello che in gergo tecnico si chiama “ridefinizione”: dopo aver analizzato quanto il paziente ha condiviso mi permetto di rielaborare il concetto in maniera tale che scaturisca un nuovo spunto di riflessione. In questo modo mi addosso la responsabilità di dire delle cose anche scomode rispetto al vissuto del paziente in modo da farlo sentire compreso.

Torno a te, mi dici che ormai non sai più che fare, non sai come fare a non sentirti bloccata e immobile.
Mi spieghi che ogni volta che andavi a scuola, quando ancora provavi a fare qualcosa di “normale”, ti ritrovavi in classe con compagni che con te avevano poco in comune. I maschi pensavano al calcio della domenica o parlavano di ragazze e le tue compagne condividevano tutorial di make up scambiandosi consigli sui trucchi più trendy o spettegolando sul gossip del momento.
Ti sentivi come se non esistessi, sensazione per te più che familiare provandola a casa ogni giorno.
Mi dici che una mattina ti sei alzata e hai sentito una fatica insostenibile nel lasciare il tuo letto, con la tua testa che sembrava distoglierti dall’idea di andare a scuola, dove in ogni caso, che tu ci fossi o meno non sarebbe stato notato da nessuno.
Quel giorno hai preferito prenderti una pausa dal mondo e restare a pensare, a fantasticare su cosa avresti potuto fare se non fossi stata così diversa da tutti quelli che conoscevi.
Il tempo è passato e anche quelle poche cose che ti piaceva fare da anni sembravano aver perso colore ed interesse come con il Teatro.

“Come ti faceva sentire fare parte del gruppo di Teatro?”
Mi rispondi che ogni volta che qualcuno ti affidava una parte ti sentivi libera di mettere una maschera sul viso che ti permetteva di prendere le distanze dal tuo ruolo di ragazza “problematica”.
Il gruppo era fatto da ragazzi come te, che non erano come quelli di scuola, ma complessi e strani, così come ti piaceva definire te stessa.
Aggiungi però che ormai da settimane anche l’idea di uscire per andare lì ti risulta complicata, in qualche modo hai paura di sentirti a disagio anche in quel contesto che fino a quel momento era stato per te come un’ancora di salvezza.

“Non sei l’unica ragazza che sentendosi un po’ più sullo sfondo rispetto ai coetanei decide di ritirarsi dalle attività di ogni giorno. Ma questa cosa è una pericolosa arma a doppio taglio. Se pensi che evitare di andare a scuola e non frequentare più nemmeno quell’ambiente che ti faceva sentire bene possa alleviare quel senso di estraneità e soffocamento che mi descrivi, stai investendo sulla strategia di sopravvivenza sbagliata.
Più ti ritiri, smettendo di farti vedere dalle persone e cercando di rimanere in disparte, più questa solitudine che stai creando prenderà il sopravvento.
Quando abbiamo paura di qualcosa, cerchiamo di evitarlo il più possibile pensando che possa attenuarsi il fastidio che ci provoca. Ma succede tutto il contrario. Queste paure iniziano a strutturarsi, a farsi più prepotenti. Poco alla volta le cose che ci fanno stare a nostro agio e che ci provocano piacere diventano pochissime e rischiamo di trovarci chiusi nella nostra stanza, ormai senza un ricordo netto di come era prima”.
Questa volta sei d’accordo con me dicendomi che è esattamente quello che ti sta succedendo. Ti manca così tanto stare seduta per terra a cerchio sul palcoscenico del teatro a fare le prove. Ti manca leggere i copioni ed immedesimarti in tutte quelle vite altrui in cui tutto sembra possibile. Quell’atmosfera fatta di testi e di costumi di scena ti faceva sentire che forse un giorno tutto sarebbe stato possibile anche per te.

“Facciamo così, mentre cerchiamo di capirne di più, prova a fare un piccolo sforzo. Prova a telefonare al compagno di teatro che ti manca di più. Raccontagli qualcosa di te, digli perché sei stata così tanto lontana dal gruppo. Metti in conto che sarà complicato, che inizialmente ti sembrerà ancora più difficile di quanto potessi immaginare.
Se non ci dovessi riuscire non ti preoccupare, avremo comunque fatto una prova e vorrà dire che la colpa sarà stata mia che ti ho fatto fare una cosa ancora troppo grande per te. Provaci però. È solo un compito che ti chiedo di fare”.
L’ora è finita e mi saluti dicendo con aria di sfida che ci proverai, se andrà bene sarà stato merito tuo ma se andrà male sarà stata solo colpa mia.

 

Marzia Giua Written by:

Psicologa Clinica e di Comunità, Psicoterapeuta Sistemico Relazionale. Si specializza nel suo campo, portando a termine un Master in Mediazione familiare e in Psicodiagnostica. Consulente Tecnico per la Procura della Repubblica di Roma e per il Tribunale Ordinario Civile e Penale di Roma. Si specializza nel metodo EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) presso l’EMDR Italia-Europe.