MARTINA / SECONDA SEDUTA

Ore 16:12

“Sono in anticipo, ero così agitata a casa ad aspettare che ho preferito uscire parecchio prima da casa. Adesso suono, sono stata anche troppo tempo seduta al bar”.

Lo squillo del citofono mi avverte che Martina è arrivata. Siamo entrambe in perfetto orario, immagino sempre che ci vogliano circa due o tre minuti per attraversare i due cancelli prima di salire a studio da me al secondo piano.

Spesso le persone arrivano molto in anticipo le prime volte. È normale dover imparare a calcolare bene il traffico, la distanza, ma fortunatamente non l’assenza di parcheggio, dato che trovandosi a Roma è sempre un’incognita.
Questo anticipo immagino venga ingannato spesso andando al Bar di fronte, piuttosto piccolo con degli elfi in terracotta dentro.

Ti avevo salutata la scorsa volta rassicurandoti: “Ci vediamo la prossima settimana”. Ma la rassicurazione era solo da parte mia. Io ci sarei stata, se tu avessi voluto. Se tu avessi deciso di provare a fidarti di me.

Ore 16:15

Preferisco rompere io il ghiaccio: “Mi piacerebbe che sapessi questo della nostra terapia. Che non ho una strategia già preparata, non ho una cura, non ho una soluzione. Non sono una persona che legge nel pensiero degli altri, non ho la palla di cristallo e non so usare la bacchetta magica… Come è andata questa settimana?”.
Mi rispondi che è andata come tutte le altre, ormai sei abituata a farti sfoggiare dai tuoi genitori all’occorrenza e rimanere a casa quando hanno altro da fare.

Trovo che a 13 anni ognuno di noi cerca di sgomitare, di trovare un posto adatto a sé, possibilmente a milioni di chilometri di distanza da quello di un adulto. Ma in realtà a 13 anni si ha bisogno di fare casino, di urlare di quel silenzio assordante che riempie le orecchie, di scalciare a terra per farsi sentire sperando allo stesso tempo che nessuno venga mai alla porta della nostra stanza a chiederci come stiamo.

“Vorrei parlarti della mia migliore amica”, mi dici.
Mi sembra un buon punto di partenza, ma dopo pochi istanti mi spieghi che in realtà la tua migliore amica è quella che non hai, che non hai mai avuto.
Inizialmente ammetto a me stessa di non aver capito cosa intendessi. Mi spieghi subito che sono ormai mesi che non esci da casa nemmeno per andare a scuola. Ogni cosa che per la maggior parte delle persone è naturale fare, a te risulta una fatica insormontabile, quasi impossibile. E come se non bastasse non hai mai avuto molto tempo e occasione per farti dei veri amici.
Mi racconti che alle elementari non hai stretto amicizie, ti piaceva tanto stare per conto tuo oppure andare i fine settimana dai tuoi nonni, dove i tuoi genitori ti lasciavano così che potessero occuparsi della loro impegnatissima vita. Stare con le uniche due persone che ti avevano fatto sentire sempre amata ti faceva stare bene. Passare interminabili pomeriggi a cucinare con tua nonna o ad aiutare tuo nonno a sistemare ogni cosa nel suo box degli attrezzi.
Purtroppo dopo il primo anno delle medie, tuo nonno è morto e la nonna da quel momento non è stata più la stessa. Era come se fossi diventata trasparente ai suoi occhi.

Così arrivata ormai a 12 anni e non avendo mai avuto delle vere amiche, ti eri persa delle esperienze che avevano le ragazzine della tua età, come i pomeriggi a casa delle amiche a parlare dei compagni di classe e delle prime cotte. Ti sei trovata in breve tempo chiusa a studiare, in realtà facevi solo quello e fino a quel momento ai tuoi genitori andava più che bene. Non davi fastidio. Ti sei ritrovata a passare ore, giorni, mesi, a fantasticare su cosa saresti diventata da grande, che tipo di amici avresti avuto un giorno, come sarebbe stato se non ti fossi sentita così diversa dagli altri.

“Chi ti faceva sentire diversa?”  le chiedo interrompendo il suo racconto.
Mi correggi dicendomi che la domanda giusta dovrebbe essere se esista qualcuno che sia in grado di non farti sentire diversa.
Che stretta allo stomaco, lo ammetto.
Mi spieghi che non esiste nessuno che sia mai riuscito a farti sentire come gli altri, che il tuo mondo è il computer insieme ai tuoi libri.
Mi parli della tua paura di non essere abbastanza e della vergogna che provi nel farti vedere dagli altri a prescindere dal dove. Così giorno dopo giorno, circa un anno fa, hai iniziato senza accorgertene a non sentirti più tu. A scuola quando ti interrogavano, pur sapendo ogni risposta, preferivi tacere. Ti vergognavi. Ti sentivi così diversa e strana al punto da avere senza motivo la sensazione che tutti ti prendessero in giro.
In pochi mesi mi racconti che il tuo mondo si è ridotto alla tua stanza con l’unica sensazione che tanto ormai nessuno possa capirti, che da lì non uscirai più, perché non ce ne è motivo.

“Come hanno reagito a questa situazione i tuoi genitori?”.
Sorridi. Mi dici che i tuoi genitori sono solo degli egoisti che non si sopportano ma che stanno insieme perché l’apparenza è tutto ma che non hanno mai tempo per te. Si occupano solo dei loro social network, dei loro lavori, della loro palestra e di chi sa quale altro contrattempo che non sia tu.

“Dimmi se sbaglio ma penso che tu abbia deciso un giorno di fare il meno rumore possibile, e ti sia ritrovata all’improvviso in un silenzio che non avevi preventivato. Però a quel punto era troppo tardi, era più facile continuare a chiuderti in te stessa piuttosto che cercare di rimetterti in discussione. Anche solo l’idea di uscire dal letto, prepararti per andare a scuola e ritrovarti in una classe dove nessuno neanche si ricordava di quel cognome sempre assente dell’elenco, ti toglieva il respiro facendoti salire un’ansia paralizzante e ingestibile”.

Il tuo sguardo mi fa immaginare che ciò che ti ho detto ti abbia in parte stupito e in parte fatto arrabbiare.
Prima che tu possa dire qualcosa prendo nuovamente la parola e concludo: “Grazie per tutto quello che mi hai detto oggi, sei stata coraggiosa. Se ti faranno male le gambe, non ti preoccupare, significa che abbiamo iniziato a camminare. Alla prossima settimana”.

Marzia Giua Written by:

Psicologa Clinica e di Comunità, Psicoterapeuta Sistemico Relazionale. Si specializza nel suo campo, portando a termine un Master in Mediazione familiare e in Psicodiagnostica. Consulente Tecnico per la Procura della Repubblica di Roma e per il Tribunale Ordinario Civile e Penale di Roma. Si specializza nel metodo EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) presso l’EMDR Italia-Europe.